Durante la Seconda Guerra Mondiale il paese di San Pancrazio Salentino subì delle incursioni da parte degli aerei Alleanti a causa del vicino Aeroporto militare. Il più pesante attacco avvenne il 2 luglio 1943 che avrebbe potuto registrare gravi danni se non si fosse verificato un avvenimento “miracoloso”. Quel giorno un soldato italiano, attraversando la piazza del paese, notò un ragazzino davanti al portone della Chiesa Madre che apriva e chiudeva le braccia verso il cielo.

Il soldato preoccupato per il ragazzo lo esortò più volte a ripararsi in chiesa, ma le sue parole non furono ascoltate e visto che il paese era sotto attacco ripresa la via per l’aeroporto. Terminato il bombardamento,il militare prese la decisione di ritornare indietro e assicurarsi di ciò che ne era stato del giovane. Entrato in chiesa non lo trovò alzò gli occhi verso l’altare del santo Patrono e riconobbe nella statua le sembianze del ragazzo che aveva visto vicino al portone della Matrice. In pochi istanti nel paese si gridò al Miracolo! San Pancrazio aveva allontanato dal paese le bombe lanciate dagli alleati.


Le famiglie erano quasi tutte molto numerose; quando non si lavorava, specialmente in inverno, si rimaneva in casa a fare ceste e canestri mentre le donne tessevano e filavano. La sera ci si riuniva intorno al camino a raccontare storie.

Gli uomini qualche volta andavano all’osteria dove si giocava a carte e si beveva il vino.

La Domenica o il giorno di festa si andava tutti quanti in Chiesa.

Le feste si aspettavano con molta impazienza. Per noi donne era un’occasione per indossare vestiti nuovi e uscire  e per noi uomini era l’occasione per incontrarle. A pranzo le tavole erano più bandite specialmente di carne e dolci.

Oltre alle feste di Natale e Pasqua si aspettavano le feste civili e religiose tradizionali del paese: la festa di S. Pietro, che è il patrono del paese, la festa di S. Antonino, che è il copatrono del paese e poi si festeggiavano anche i SS. Cosimo e Damiano, S. Antonio e S. Giuseppe. Poi c’erano le feste prettamente religiosa: La Madonna del Carmine, la Madonna del Rosario, il Cuore di Gesù.

La festa di S. Pietro era quella principale, oggi è l’unica che si festeggia. Le vie principali del paese venivano tutte illuminate e si riempivano di bancarelle che vendevano soprattutto stoffe, attrezzi da lavoro, dolciumi e la “scapèce” (pesciolini  lessi e poi ricoperti da un impasto fatto di pane grattugiato aceto e molto zafferano). Essendo la festa il 29 Giugno c’erano anche i venditori ambulanti di granite. Durante il giorno si svolgeva la fiera degli animali dove i Padroni compravano o scambiavano cavalli, buoi, pecore, mucche ecc., gli altri, invece, compravano galline, oche e raramente anche dei maialini.  La sera quasi tutta la gente del paese partecipava alla processione e poi si riversava nella piazza principale per ascoltare il concerto della banda.

La festa di S. Pietro apriva le porte all’Estate dei Sampietrani. Si andava in spiaggia, che è distante circa 10 Km., con ogni mezzo allora disponibile: le carrozze per i più ricchi, per gli altri, invece, “traìni” (carro trainato da un mulo) biciclette e alcuni anche a piedi. Si partiva la mattina presto e si ritornava al tramonto. C’erano due spiagge una frequentata da sole donne e l’altra dai soli uomini e le chiamavamo lU MARE TE LI MASCULI E LU MARE TE LE FIMMINE. Erano divise perchè agli uomini era proibito vedere le donne in costume da bagno. Quando ero ragazza il mio costume da bagno scopriva solo le braccia e dal ginocchio in giù.

Le famiglie più ricche avevano sulla spiaggia le “barracche” (le attuali cabine) mentre gli altri per cambiarsi costruivano tende di fortuna usando gli stessi “traìni”.

L’unica festa folkloristica di S. Pietro Vernotico era ed è la “Festa della Bandiera” strappata ai Turchi durante una loro incursione.

Ricordo che i primi che accorrevano per ballare erano due figure molto pittoresche del paese: la Razzia squasata e lu Frasulinu ‘nbriacu.

La prima era una donna molto povera di nome Razzia e la chiamavano squasata, che significa scalza, perchè non portava mai scarpe. Nonostante la vita di stenti non le mancava mai la gioia di vivere e di divertirsi.

Il secondo, invece, si chiamava Giuseppe ed era considerato un bravo artigiano per la lavorazione del ferro. Quando la moglie lo abbandonò non resistette alla delusione: lasciò il lavoro e diventò un alcolista trasformandosi in “Lu Frasulinu ‘nbriacu” Iniziò a vivere di elemosina e per pochi soldi divertiva la gente ballando, cantando o facendo cose strane come ingoiare piccoli pezzi di vetro. Tutto il suo guadagno lo tramutava in bicchieri di vino e per questo era sempre ubriaco.

E’ stato un personaggio talmente folkloristico che Domenico Modugno gli ha dedicato una canzone.

Domenico Modugno è nato a Polignano a Mare un paese in provincia di Bari, ma subito dopo il padre, essendo Comandante dei Vigili Urbani, fu trasferito a San Pietro Vernotico, perciò  fino a quando non partì in cerca di fortuna ha vissuto qui.

Quand’era ragazzo mise subito in risalto le sue doti canore facendo, per conto di innamorati, serenate sotto le finestre.

Per quanto riguarda l’alimentazione mangiavamo cose molto più genuine di oggi. Quasi tutti  avevano in casa galli, galline, tacchini, conigli che mangiavano, oppure vendevano per poi comprare  farina, zucchero, sale, riso, o altri prodotti. Chi abitava in campagna aveva anche maiali, pecore, mucche, ecc. Il pane e la pasta si faceva in casa. In alcune occasioni si facevano i dolci. Si mangiava molta verdura e molti legumi. Il latte si prendeva, appena munto, da chi aveva le mucche o le pecore.


Molte delle leggende ruotano, in particolare, intorno alla derivazione etimologica dello stesso nome del paese. Sono stati molti gli studiosi ed i linguisti impegnati a cercane il significato, eppure, nonostante le ipotesi scaturite siano state diverse, nessuna in particolare è prevalsa. […] Prima di discutere sul toponimo “vernotico”, vera e propria causa di tante derivazioni, significati e leggende, una citazione afferma che il popolo ha utilizzato per lungo tempo il toponimo San Pietro della Macchia, intendendo come macchia il pascolo. Inoltre, esistono alcuni documenti con la dicitura: San Pietro De Hispanis, ma nel diploma normanno-salentino della contessa Sighelgaita del 1107 si evince che non può essere confuso con il casale di San Pietro Vernotico giacché essi sono indicati distintamente. Certamente, in paese è esistita una chiesetta dedicata a San Nicola De Hispanis, situata al largo del giardinetto della Torre, non lontano dalla via Spani. È probabile, dunque, che il toponimo derivi da alcune  famiglie di nome “Spano”, possessori di una tenuta. […]Un’altra ipotesi è che il Casale di San Pietro era per lo più abitato da servi della gleba (dal latino verna-ae “schiavo nato in casa”), che erano legati alla terra e che passavano da un padrone all’altro come erano appunto gli affidati di cui parlava la Contessa Sighelgaita quando donò le sue terre. Un’altra ipotesi racconta che durante l’inverno i pastori delle Murge, dalle colline brulle e spesso coperte di neve, scendevano verso la pianura salentina in cerca di “Pascoli Invernali” per le loro greggi. Questi pascoli erano detti, appunto, “Pabula Vernatica”. Infatti, era uso feudale il “Diritto alla Vernotica” (Jus Vernoticae) secondo cui il signore feudale poteva pascolare col proprio bestiame l’erba vernotica (invernale) nei fondi dei suoi sudditi. Quando il Conte Accardo II donò al Vescovo di Lecce la Chiesa del Beato Pietro Apostolo con il Casale pertinente la denominò De Vernotico per concedere al Vescovo anche il diritto della Vernotica. Il Vescovo già proprietario di un altro Casale di nome San Pietro per distinguerli li chiamò: uno San Pietro in Lama e l’altro San Pietro Jure Vernotico per ricordare che su questo Casale aveva il diritto della Vernotica. Un’altra ipotesi è quella legata al Conte di Lecce Accardo II che donò la Chiesa del Beato Pietro Apostolo e la denominò  De Vernotico riferito alla sola Chiesa e non al resto del Casale. Forse voleva indicare che la chiesa era stata eretta davanti una Necropoli (vrnoti = tomba). Tutto ciò verrebbe confermato  da un verbale che Monsignor Nicola Caputo, scrisse in occasione di una sua visita pastorale tenuta a San Pietro Vernotico nel 1822 descrivendo il sagrato della chiesa un “cimitero ovato”. E anche dal fatto che durante gli scavi per la condotta principale della fogna pubblica furono trovati nella piazza antistante la Chiesa una grande quantità di scheletri umani. Forse, effettivamente, la piazza era stata  una grande  Necropoli  per seppellire un gran numeri di combattenti o vittime di una delle tante epidemie che anticamente flagellavano le popolazioni.Infine secondo una tradizione popolare, San Pietro Vernotico deve il suo nome ad un intervento di Sant’Oronzo: il quale stabilì che i luoghi visitati dal santo avrebbe dovuto portarne il nome; infatti, racconta che San Pietro, capo degli Apostoli, venuto da Oriente, sarebbe passato dal nostro territorio, fermandosi durante l’inverno per svernare, prima di arrivare a Roma, risalendo la via Appia, per fondare la Chiesa di Cristo. Seguendo questo racconto tradizionale i Monaci Basiliani (devoti a S. Basilio) tra la fine del VIII secolo e l’inizio del IX costruirono una Cappella dedicata a San Pietro come centro di aggregazione dei gruppi rurali sparsi per le campagne circostanti. Proprio dalla parola svernare sarebbe nato l’appellativo Vernotico.


L’impianto urbanistico della città di Mesagne presenta una rilevante consistenza di palazzi signorili, caratterizzati da portali riccamente decorati e risalenti, per lo più, al periodo compreso tra Cinquecento e Seicento. Ciò si deve alla munificenza delle famiglie nobili di Mesagne, tra cui troviamo i Resta, riguardo la quale lo storico locale Epifanio Ferdinando il Giovane riferisce che era originaria di Ragusa e che si stabilì a Mesagne sul finire del XV secolo. In essa si distinsero varie figure come Pietro Resta, nato nel 1550, capitano dei cavalleggeri durante il Viceregno spagnolo e cavaliere di santo Stefano. Tra le sue imprese quella in cui prese parte, nel 1594, alla spedizione contro l’ammiraglio ottomano Sinan Cicala, che con la sua flotta aveva invaso il Golfo di Taranto. In quell’occasione – come riporta il poeta Cataldo Antonio Mannarino nel canto X del suo poema epico, le Glorie di guerrieri ed amanti – fu “fren di ogni altra forza”. Nel 1598, quale uomo meritevole di pubblica fiducia, fu nominato tra i delegati dell’Università di Mesagne a raccogliere le offerte dei fedeli per la costruzione della Basilica – Santuario di Mater Domini. Morì nel 1602, ricordato onorevolmente dall’abate Giovan Battista Pacichelli nel suo Regno di Napoli in prospettiva. Altri illustri personaggi di questa famiglia furono Giovanni Carlo, tenente della compagnia a cavallo del capitano mesagnese Donato Capodieci e Filippo che, fattosi monaco conventuale, fu maestro del suo Ordine e morì nel Convento di Foggia, di cui fu reggente negli ultimi anni del secolo XVII. La famiglia Resta arricchì l’architettura urbana della città con la costruzione di alcuni palazzi tra cui quello situato nella piazzetta che porta il nome di questa famiglia (Piazzetta dei Resta, angolo Via Martiri della Libertà). Esso presenta un ricco portale in lieve aggetto rispetto alla struttura muraria in bugne rustiche, contenuto entro due lesene su basso basamento e ornato lungo il fusto con riquadri scanalati e rosette, con capitelli su tondini di ordine corinzio, con foglie di acanto appena in rilievo. I capitelli si raccordano direttamente alla trabeazione, con architrave modanato e con fregio su cui è riportata la scritta SAPIET A DOM G. BERNA e la datazione 1573, con fiore a molti petali sui lati. La porta d’accesso è riquadrata entro un sistema trilitico a tutto sesto, con stretto archivolto costolato.
L’immobile è databile tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, mentre le porte sono entrambe del XVI secolo (la datazione posta su quella dell’ingresso principale reca la data del 1573. (Meglio: 1583)
Da informazioni orali tramandatemi da artigiani che avevano la loro bottega su detta Via, possiamo colmare questa apparente incongruenza: “Alcuni benestanti di Mesagne decisero di acquistare un suolo nel Centro storico per erigervi un Istituto Bancario locale al quale avrebbero dato il nome di ‘Credito Mesagnese’.
La scelta fu fatta su quella che era stata l’antica abitazione di una nobile famiglia mesagnese: I Resta, che aveva dato i natali a diversi personaggi illustri e importanti della nostra cittadina, tra cui un Vescovo. Come si può immaginare, la dimora era di quelle signorili, con ampia scalinata esterna, stemmi del Casato e di parentela.
Dobbiamo dire grazie al Notaio Taberini che ebbe la volontà che almeno quelle porte non andassero distrutte. Infatti si fece lasciare l’autorizzazione affinché ciò non accadesse riutilizzandole per la sua abitazione. Possiamo così ammirarle e – attraverso le scritte – conoscere il messaggio che i signori Resta hanno inteso tramandarci.
Passiamo alla loro lettura e plausibile interpretazione, nonostante le copiose abbreviazioni:
1° Portale su Piazzetta dei Resta: SAPIE(n)TIA DOMs GuBERNAt.
A.D. MDLXXXIII (1583).
(c’è qualche divergenza con quanto riportato dal Marinazzo).
La traduzione, può essere: LA SAPIENZA DEL SIGNORE GOVERNA.
2° Portale in Via Martiri della Libertà:
“QUI DEO CONFIDIT PE RI RE NON POTEST.”
Che tradotta, la frase risulta essere più o meno così:
‘CHI CONFIDA IN DIO NON PUÒ’ MORIRE’.
La prima frase si rifà liberamente ad un Pensiero di San Bonaventura da Bagnoregio. (1221-1274).
Fonte: Nuccio Pasimeni


Situata nel centro storico del paese, nella vecchia piazza Municipio, da sempre ricordata come “Lu Sitili”, l’antica farmacia Antonucci, che ha conservato le caratteristiche dello stile Liberty, è meglio nota come “Antica Farmacia del Leone”, dove il Leone sta a simboleggiare la forza della medicina. Essa fu aperta nel 1898 da Oreste Antonucci (cugino dello storico locale Giovanni Antonucci), dopo essersi laureato presso l’Università di Napoli. Egli decise di intraprendere la propria attività utilizzando i suoi locali, già prima sede di un’antica drogheria e prima ancora punto di ritrovo dei carbonari di Mesagne. Per l’allestimento della sua farmacia commissionò ad un artigiano del luogo, un certo Mastro Cavaliere, tutti quegli arredi che ancora oggi sono visibili all’interno dei vecchi locali: legno di noce con sfondo di vetrine aventi specchi e fregi di serpenti, con le teste raffiguranti alcune belle ragazze mesagnesi dell’epoca. I vetri, in puro stile Liberty, furono decorati con fiori di papaveri e visi di donne. Ancora oggi, entrando, si possono vedere quei bellissimi arredi ultimamente restaurati e ritornati al loro antico splendore. All’interno degli scaffali più alti, sono presenti, ancora intatti, i vasi con le etichette dell’epoca, contenenti alcuni estratti rimasti del tutto integri, appartenenti al corredo originario del fondatore della farmacia. Si tratta di circa un centinaio di vasi “a urna”, ossia con piede e coperchio, decorati in oro zecchino e provenienti dalle fornaci della ditta Ginori. Di fronte all’entrata, alle spalle del banco di vendita, si possono scorgere due antiche porte con vetri a specchio decorati da fiori dell’oppio e da foglie di arnica. Nella parte più alta della scaffalatura centrale, invece, campeggia un orologio di forma circolare sostenuto, ai lati, da due draghi. Sui lati, tre piccoli scaffali con le diciture “veleni” ed “erotici”. La pericolosità di alcune sostanze, allora utilizzate, richiedeva una precisione assoluta e, per la preparazione dei galenici con la massima scrupolosità, il farmacista era costretto a lavorare a porte chiuse e sotto la cappa dell’idrogeno solforato, situata nel retro della farmacia, in quello che era il famoso laboratorio chimico. Il banco di vendita in massello di noce, a forma di fagiolo e decorato ai lati con serpenti e draghi, presenta al centro una piccola bilancia di precisione ed una centrifuga a manovella. Le porte di ingresso laterali, in vetro a specchio di un bel colore verde acqua, presentano scritte come “Siringhe di Pragaz”, “Acque Minerali”, “Profumeria”, “Oggetti di gomma plastica”, “Specialità estere nazionali e proprie”, “Termometri”, “Medicature antisettiche alla Lister”, “Ossigeno”, tutte decorate in oro nel rispetto dello stile Liberty. Nel 1972 dopo il passaggio di consegne generazionale, la farmacia fu sottoposta ad un attento restauro per salvaguardare ciò che può essere indubbiamente considerato uno dei più interessanti siti del patrimonio storico e culturale di Mesagne.


Dal Libro “Vie, piazze, vichi e corti di Mesagne. Ragione della nuova loro denominazione” dell’Avv. Antonio Profilo fu Tommaso (1839-1901)

“Questa piazzetta, prima chiamata Largo S. Cosimo, ha preso il nome dal contiguo Monistero delle Chiariste fondato dai coniugi mesagnesi Aquila Giovanomo ed Alfonso Caputo, le cui famiglie si estinsero nel passato secolo. Dalla Platea, dal Libro degli Annali del Monistero e dai patri cronisti risulta che i predetti coniugi, avendo perduto i figli, si decisero nella loro vecchiezza di ospitare e alimentare nella loro abitazione alcune fanciulle oneste e povere e che poi con atto per questo notaio Cesare Guarini dei 6 agosto 1581 loro donarono i propri beni, affinché questi fossero venduti e si desse principio alla edificazione di un Monistero. A quella donazione si aggiunsero altre elargizioni private e pubbliche ed indi a qualche anno anche il concorso efficace dell’Arcivescovo di Brindisi mons. Ayardi. Costruitosi in buona parte il Monistero, quelle fanciulle, che avevano già raggiunto il numero di ventitre, alla presenza dell’arciprete di quel tempo D. Francesco Dopra delegato dal Vicario Generale di Brindisi ab. Giacomo Monticelli, fecero la loro professione nelle mani di suor Angela Azzolino eletta Guardiana e si sottomisero alla regola di Santa Chiara confermata da Urbano IV e modificata da Eugenio IV. Ad intervalli si ampliò l’edifizio del Monistero con l’aia dell’antica chiesetta (forse di rito greco) e sue accessioni dedicata a San Demetrio […]. Tuttavolta siccome all’epoca della sua costruzione il Monistero non ebbe una forma propria, così restò sempre un insieme disarmonico e così si è mantenuto, non ostante anche le modificazioni apportatevi nella prima metà di questo secolo [XIX secolo]. Soppresso nel 1861, tuttora vivono alcune monache. La Chiesetta dedicata alla B. V. della Luce è coeva al Monistero. Ricostruita però nel 1645, essendo guardiana Suo Francesca Resta mesagnese, fu benedetta nel 1648 dal Vicario Foraneo di quel tempo D. Giov. Matteo Ferdinando Tesoriere della Collegiata delegato dell’arcivescovo mons. Odriscol. Indi fu anche modificata […] e da ultimo ampliata di nuovo nel 1838. Possiede questa Chiesetta, tra l’altro, un Crocifisso di eccellente struttura, e di grandezza quasi naturale, donato al Monistero nella prima metà del passato secolo [corrispondente alla prima metà del XVIII secolo] dalla Casa De Angelis signora di Mesagne; e un buon quadro ad olio rappresentante, su grande tela, la B. V. della Luce. Conserva da ultimo il corpo di S. Ilario martire riposto in un’urna di legno intagliato e lavorato: dono che Mario Albricci, indi Cardinale, fece allo stesso Monistero a 24 luglio 1659, come da atto notarile, nel quale è inserita la bolla autentica in pergamena”. Infine, nella nota si legge: “Questo corpo, rilevato a 10 settembre 1654 per mandato di Innocenzo X dal Cimitero di S. Ciriaca in Roma dall’illustrissimo Marcello Anania vicegerente del Cardinale Vicario, era stato donato a Don Tommaso Candido cavaliere dell’Aurea Milizia e da questo nel I settembre 1655 al Cardinale Geronimo Farnese, il quale ai 4 di quel mese lo aveva ridonato al predetto Albricci suo nipote”. Ulteriori notizie sulle Clarisse, monache Cappuccine, ce le fornisce P. Coco, I francescani nel Salento: secondo e terz’ordine: dalle origini ai giorni nostri, Vol. III, Taranto, Cressati, 1935, pp. 231 e sgg. Egli conferma che mons. De Ajardis «permise la demolizione dell’antica chiesetta dedicata a S. Demetrio e i locali annessi, anche per eliminare un ultimo vestigio del rito greco che, un tempo, ebbe in Mesagne molti seguaci, fece pure demolire un antico frantoio, in parte diruto, che era di proprietà del Monte dei Poveri» (ivi, p. 232). Dalla visita effettuata il 24 agosto 1606 da mons. Giovanni Falces, rileviamo, invece, l’elenco delle monache, oltre ad un giro di vite “disciplinare” (ivi, p. 233). L’Arcivescovo […] visita l’altare maggiore, in cui non essendovi il SS. Sacramento, ordinò di tenerlo tutti  i giorni. Dispose dopo di apporvi una cancellata alla porta della chiesa, di accomodare le crate troppo semplici e andanti e di porre, in un altro luogo più acconcio e più comodo, la ruota [la ruota degli esposti o trovatelli, presumo]. Dopo chiamate la Guardiana Suor Giustina Dormio e quattro monache più anziane, domandò della necessaria riforma e governo del Monastero e come stessero. Risposero di non aver bisogno di riforma e di trovarsi bene. Il Prelato chiese alla Guardiana se in detto monastero ci fosse qualcuna che non osservasse la regola e le costituzioni, e gli fu risposto di no. Similmente risposero Suor Vittoria Santoro, e le altre suore: Angela Azolina, Ursula Florenzia, Anastasia Giannone, Caterina Azolina, Agata Collegerie, Giovanna Azolina, Maddalena Resta, Sisina D’Antonio, Margherita Migliore, Beatrice Calabrese, Francesca Presta, Maria Colomba, Antonia Colleserio, aula Rosso, Apollonia Megliore, Cristina Epifani […].N ella visita del 1622, lo stesso Arcivescovo Falces trovò un ordine migliore; non mancò, però, di notare che «le Suore Maddalena, Giovanna, Margherita, Benedetta, Beatrice, Chiara e Anna non leggevano bene» e, perciò, «impose che imparassero e che la Madre Guardiana le istruisse» (ivi, p. 235).


La presenza del Santo suggerisce di riferire alcuni cenni storici relativi all’introduzione del suo culto da parte dei Cavalieri Teutonici. Quello dei Cavalieri Teutonici era un ordine religioso fondato ad Acri durante la terza crociata (1187-92) come congregazione assistenziale. “Già nel 1191, però, stando ad un documento rogato da notar Petracco nel mese di giugno, Guinando «magister hospitalis Alamannorum», con altri fratelli chiese ed ottenne dall’arcivescovo Pietro di avere una dimora accanto alla chiesa di Santa Maria sul porto, che in seguito scomparve. Lì il Maestro edificò, accanto alla chiesa, un grande ospedale con un cimitero per accogliere i pellegrini malati, che dovevano recarsi o che tornavano dalla Terra Santa. Il documento citato – come osserva giustamente il Wieser – «non fu emesso né per l’Ordine Teutonico (che ancora non esisteva), né per la comunità ospedaliera fondata pochi mesi prima in Terra Santa, ma soltanto per l’Ospedale Alemanno di Brindisi, eretto per accogliere i pellegrini malati, che stavano per imbarcarsi o che tornavano dai luoghi santi della Palestina ».
Il documento, tuttavia, attesta una vivace presenza dell’elemento tedesco, legata all’assistenza di quanti, per vari motivi, si recavano in Terra Santa o da lì facevano ritorno in Europa.
Con ogni probabilità, però, allorché nel 1198, in una solenne adunanza nella Casa dei Templari a Tolemaide (Accon) i principi e grandi della Germania trasformarono quella prima comunità ospedaliera in un Ordine Cavalleresco (appunto, l’Ordine Teutonico), l’Ospedale Alemanno di Brindisi dovette essere in Puglia, «originariamente il luogo centrale dell’Ordine», che peraltro, proprio in questa regione era destinato a rivestire un ruolo di primo piano sia in campo economico, sia in campo militare. Dall’esame di alcuni manoscritti si rileva con certezza che Enrico VI aveva donato il Castrum Mezzaneum (Mesagne)  ai Cavalieri Teutonici, e che Federico II, suo figlio, nel 1221 gliene conferma il possesso con tutti i tenimenti e pertinenze sue, per poi ricomprarlo in cambio di possedimenti in Terra Santa, nel 1229.  È molto probabile, però, che i Cavalieri, fin dal loro insediamento, abbiano avuto anche in Mesagne la loro cappella dedicata a San Leonardo abate. Gli storici locali, nulla hanno scritto sull’originario luogo di culto, che della presenza teutonica era un piccolo segno, di fronte agli aspetti socio-economici di più vasta portata.


“Quando eravamo piccoli le abitazioni erano molto modeste: in cucina c’era un camino più o meno grande e i fornelli a carbone per cucinare. Si mangiava tutti in un unico piatto.

Dormivamo tutti in una camera da letto che era molto fredda e anche i letti erano freddi; per riscaldarli si usava il prete con la monaca (il prete era un’intelaiatura di legno mediante la quale si poteva tenere tra le lenzuola un recipiente pieno di brace ardente detto appunto monaca). Le abitazioni dei più ricchi avevano più stanze e c’erano le stufe a legna per riscaldarle.

Non c’era il bagno e si doveva andare fuori. Avevamo il vaso da notte: ci si facevano i bisogni e al mattino si svuotava nei campi o in un letamaio. Chi abitava in paese, svuotava il vaso da notte in un tubo esterno posto in un angolo del davanzale della finestra.

Non c’era la luce elettrica e si usavano le lampade a petrolio, o a olio.

Mancava anche l’acqua e si andava a prenderla con brocche e orci (recipienti di terracotta) nei pozzi. Nei paesi si pompava l’acqua dai pozzi girando grandi ruote. In alcuni paesi c’erano le fontane per le strade.

Per lavare i panni dovevamo prendere una secchia e metterci dentro il bucato coperto da un panno. Poi mettevamo la cenere (il nostro attuale sbiancante),  versavamo l’acqua bollente, si girava il tutto con un bastone e si lasciava riposare per tutta la notte. La mattina dopo si portava  a sciacquare il bucato alla fontana e si metteva ad asciugare al sole.

Per lavare i piatti, invece, si usava lo sciacquarolo che, per quelli che abitavano in campagna, aveva lo scarico diretto nell’aia dove c’erano  galline e  oche.” …

[ tratto da http://www.nontantotempofa.com/index.html ]


La tradizione racconta che l’armata turca di Achmet Pascia’, che aveva già assalito e saccheggiato molti comuni vicini, si apprestava a giungere a San Pietro, ma questi furono avvistati in tempo dall’alto della Torre dalle vedette. Tutti i cittadini accorsero a difendere il paese ed alla fine ebbero ragione dei barbari, conquistando anche la loro bandiera, un trofeo che fu dedicato a S.Pietro in segno di riconoscimento.Da allora esiste la Tradizione dell’Asta della Bandiera, celebrata annualmente la domenica successiva alla Pasqua: La bandiera, in mano al rappresentante del Rione aggiudicatario dell’anno precedente, viene portata nella piazza principale del paese sul sagrato della Chiesa matrice, preceduta da un corteo storico. Da qui, su una base d’asta formulata dal Sindaco, i Capo Rione danno inizio ad offerte libere, percorrendo la strada che porta sino all’ultimo gradino del sagrato della chiesa di S.Pietro, sul quale viene aggiudicata l’asta al miglior offerente.
Nello stesso giorno viene anche svolta “La Giostra della Papara”, un palio tra i cavalieri portacolori dei rioni, che sui loro cavalli al galoppo, devono infilare e staccare con la propria lancia gli anelli in metallo legati ad un supporto, su cui e’ montato un fantoccio detto papara


La leggenda racconta che il pozzo di acqua miracolosa”collocato sul lato sinistro della chiesa di San Pietro, dove oggi c’e una fontanina pubblica , avesse il potere miracoloso d’alleviare le sofferenze e guarire le “tarantolate” che giungevano al cospetto di San Pietro. Coloro che venivano morsi dai ragni velenosi, i tarantati, il giorno della festa di San Pietro e Paolo Apostoli (29 giugno), giungevano dai paesi limitrofi per saziarsi di questa acqua sorgiva che, secondo tutti, era miracolosa e aveva una dolcezza fine e fresca. Il pozzo, purtroppo, è stato chiuso nel 1929.